p 167 .

Paragrafo 1 . Stati e monarchie nel Cinquecento.
     
Le  conquiste  coloniali  e  la frattura religiosa  determinata  dalla
Riforma  condizionarono  profondamente  la  politica  dei  potenti  ed
ambiziosi  stati che si stavano formando in Europa fra Quattrocento  e
Cinquecento, come Portogallo, Spagna, Francia ed Inghilterra (ai quali
in  seguito si sarebbero aggiunti l'Olanda e il grande impero di Carlo
quinto).
     In  questi paesi la monarchia stava acquistando crescente potere,
ed  era  riuscita ad asservire i feudatari, che, una volta  potenti  e
agguerriti,  erano  ormai decaduti militarmente e politicamente.  Essa
godeva  in genere del consenso delle popolazioni, che vedevano nel  re
un  personaggio  sacro ed incorrotto anche quando si presentava  nelle
vesti  dell'oppressore  economico e  fiscale.  La  corte  reale  stava
diventando  un organismo molto vasto, regolato da tutta una  serie  di
cerimonie e composto da un numero variabile di Consigli di fiducia del
sovrano,   ai  quali  per  erano  assegnate  competenze  definite   e
specifiche  solo  in  materia  finanziaria.  Nell'ambito  del   regime
monarchico  sopravvivevano, spesso in acuto  contrasto  con  esso,  le
assemblee rappresentative delle citt e dei ceti sociali pi  elevati,
quali  parlamenti e Stati generali degli ordini, che rivendicavano  le
antiche  consuetudini  delle autonomie locali,  dei  privilegi  e  dei
particolarismi.  L'estensione a tutto il territorio  nazionale  di  un
prelievo  fiscale  regolare ed omogeneo,  dal  quale  i  nobili  erano
generalmente esclusi, consentiva l'acquisizione di risorse finanziarie
da  destinare  alle  accresciute spese per  l'apparato  burocratico  e
soprattutto per il mantenimento degli eserciti permanenti,  grazie  ai
quali  i  sovrani  non  erano pi costretti a  dipendere  dagli  aiuti
militari  delle inaffidabili gerarchie feudali. Infine, il progressivo
controllo  dell'apparato ecclesiastico e delle sue ricchezze (parziale
in  Francia, assoluto in Inghilterra ed in molti altri stati  dopo  la
Riforma) aument il prestigio politico ed economico dei monarchi.
     L'accresciuta  potenza ed efficienza degli stati cos  costituiti
non sfugg ad un acuto osservatore e studioso della politica, come  il
fiorentino   Niccol  Machiavelli  (1469-1527).  Contrariamente   allo
storico Francesco Guicciardini (1483-1540), suo concittadino, il quale
affermava  che il particolarismo politico italiano e la  presenza  del
papato   erano  il  frutto  positivo  di  una  secolare  e  multiforme
evoluzione, il Machiavelli si pose in modo critico
     
     p 168 .
     
     nei   confronti  degli  equilibri  politici  della   sua   epoca.
Segretario della repubblica fiorentina dopo la cacciata di  Piero  de'
Medici  (1494), egli svolse numerose ambascerie in Italia e in Europa;
potendo  cos  confrontare la situazione italiana con quella  dei  pi
potenti  stati europei, egli giunse alla conclusione che le principali
cause dell'impotenza politica della penisola erano la suddivisione  in
molti  staterelli,  appetiti  dalle forze  straniere,  e  la  funzione
negativa esercitata dal papa nell'ambito di tale frammentario panorama
politico.  Nella sua opera pi famosa, Il Principe (1513), Machiavelli
-  che  pur  era  stato  fautore  della  repubblica  ed  aveva  atteso
all'organizzazione di milizie popolari -, indic  i  mezzi  grazie  ai
quali  un  condottiero,  il  "principe",  avrebbe  potuto  formare   e
governare con successo uno stato forte. Nel tratteggiare la figura del
"nuovo"  monarca egli si era ispirato al duca Cesare Borgia, detto  il
Valentino  (1475-1507),  figlio di papa Alessandro  sesto,  che  aveva
assemblato  con l'inganno e la ferocia, al volgere del secolo,  alcune
signorie  dell'Italia centrale. Anche se il suo  candidato  in  Italia
aveva  fallito,  allo scrittore fiorentino rest il  primato  di  aver
illustrato  con  chiarezza quale fosse la strada  politica  che  aveva
imboccato  l'Europa: quella degli stati forti ed accentrati, governati
da  sovrani mossi unicamente dal desiderio di mantenere il potere e il
prestigio e di difendere l'unit del proprio territorio.
     Uno  stato  esteso  ed autoritario, con un massiccio  e  costante
prelievo  fiscale, poteva meglio affrontare i costi e gli oneri  della
nuova   arte  militare.  La  politica  espansionistica  delle   grandi
monarchie  e  degli  imperi  richiedeva  il  reclutamento  di   enormi
eserciti,  che  divennero stabili e mercenari,  secondo  un'evoluzione
nella quale i ricchi stati italiani si erano posti all'avanguardia, ma
che li aveva poi dissanguati economicamente in una inconcludente serie
di scontri.
     Dopo   la  guerra  dei  Cent'anni  era  evidente  che  la   forza
invincibile della cavalleria volgeva al tramonto. Le armi da tiro e da
fuoco  avevano  reso  ormai  inefficaci le  protezioni  corazzate  dei
cavalieri,   i  quali  vennero  pertanto  trasformati  in   un   corpo
ausiliario.  La  fanteria, invece, negletta  nel  corso  di  tutto  il
Medioevo,  molto mobile e compatta, armata di archibugi  e  di  lunghe
picche,  impenetrabile  agli assalti della cavalleria,  si  avviava  a
costituire il nerbo delle nuove forze militari. La prima ad ergersi  a
protagonista tra le nuove fanterie fu quella svizzera, ma  in  seguito
essa  venne  superata e soppiantata dall'imbattibile tercio  spagnolo,
cos  chiamato  perch parte di una pi grande unit,  e  comprendente
moschettieri, picchieri e spadieri. L'altra novit riguardava le  armi
da  fuoco. L'artiglieria aveva fatto passi da gigante, ed anche se  le
armi  tradizionali, come spade, lance e balestre, avrebbero svolto  un
ruolo  importante  fino  al  secolo diciassettesimo,  una  consistente
dotazione  di armi da fuoco era ormai indispensabile ad ogni esercito,
sia per sostenere gli assedi, che nelle battaglie campali.
     Fra  i  secoli  quindicesimo e sedicesimo,  in  concomitanza  con
l'affermarsi  delle  artiglierie, le strutture delle  difese  militari
vennero   modificate  perch  fossero  in  grado  di  resistere   alle
devastazioni   dei   proiettili:   fortezze   pi   massicce,    dalla
conformazione  stellare, con mura digradanti e  bastioni  adattati  al
piazzamento delle armi da fuoco, cominciarono a costellare i territori
europei. In Italia, due noti architetti, i fratelli Giuliano e Antonio
da  Sangallo,  si  imposero come grandi specialisti della  nuova  arte
militare, riadattando antiche costruzioni ed edificando veri e  propri
capolavori di ingegneria bellica.
